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Dalle origini agli anni trenta


La struttura


Il  drumset, spesso denominato anche  drumkit (in italiano, batteria) è un  insieme di vari strumenti a percussione composto da diversi tamburi e piatti, suonati da un singolo musicista. La batteria può essere suonata con le bacchette, con le spazzole in plastica o metallo, con i  mallets (battenti), con i  multi rods (bacchette composte da fasci di legno) o con le mani. Basti pensare che una volta, il grande batterista jazz Bob Moses fu visto suonare con dei ramoscelli di legno raccolti poco prima del concerto!

E’ possibile arricchire il drumset con altri strumenti a percussione come campanacci e  woodblocks (idiofoni a percussione) oppure con vari dispositivi elettronici, come i  pads (una sorta ..


di tamburi “virtuali”) e sintetizzatori. Differenti generi di musica e differenti batteristi usano spesso un’unica configurazione di drumset. La batteria è lo strumento a percussione più usato nel jazz e nelle forme di “popular music”, incluso il rock, il rhythm and blues, il country e la musica etnica. Andiamo ad analizzarne velocemente i componenti.

Il  tipico set di batteria è composto da una grancassa, un rullante, due  tom-toms, una coppia di piatti denominata  charleston, un piatto  crash ed un piatto  ride, il tutto tenuto insieme da una serie di aste meccaniche in metallo.

Ogni tamburo possiede una  coppia di pelli (rispettivamente  battente e  risonante) la cui tensione viene assicurata affinché ci sia un buon rimbalzo della bacchetta. La grancassa è di solito il pezzo più grande del drumset; produce un suono basso e profondo ed è suonata con un pedale preposto come un battente che colpisce la pelle mediante un’asticella in metallo, rivestita all’estremità di un corpicino (in genere sferico) di peltro.

La grancassa può avere vari diametri e profondità. Il diametro oscilla tra i 46 e i 66 cm, mentre la profondità tra i 36 e 46 cm.

Il rullante è un tamburo cilindrico poco profondo, che produce un distinto suono acuto. E’ dotato di una serie di fili metallici – la cosiddetta “ cordiera” – posta sotto la pelle risonante del tamburo, che determina un suono ronzante o schioccante, secondo la tecnica usata. Le misure più comuni, per quanto riguarda il rullante, sono di 36 cm per il diametro e di 13 cm per la profondità.

I tom-toms aggiungono una varietà di suoni al set e di solito hanno un diametro che varia dai 20 ai 46 cm e una profondità variante tra i 15 e i 46 cm. Un drumset di base ha di solito due  tom-toms: uno montato “a terra” con un’asta (tale  tom è detto anche “timpano”) ed uno più piccolo montato sulla grancassa tramite un supporto metallico.

I tamburi


E’ bene ora dare però una definizione riguardo alla parola chiave finora utilizzata e cioè “tamburo”; quest’ultimo è da considerarsi uno strumento a percussione appartenente alla famiglia dei membranofoni: cavo e di forma tubolare, in esso il suono è prodotto, come sappiamo, percuotendo o raschiando una pelle tesa attraverso una delle due estremità del fusto.

L’origine dei tamburi che compongono il drumset è da ricercarsi nel campo dei tamburi a cornice. L’origine di essi si perde nella notte dei tempi; esiste materiale iconografico databile ad oltre 6000 anni fa che rappresenta uomini e donne mentre suonano questo tipo di strumento, soprattutto durante rituali o cerimonie religiose.

Anticamente esistevano (ma esistono ancora oggi) culture in cui il compito di suonare lo strumento era esclusivamente demandato alle donne.

In Mesopotamia, nell’Antico Egitto e nella Grecia Antica già era diffusissimo il suo uso e in India intorno al 1000 d.C. si suonavano strutture melodiche e ritmiche riprese oggi dai jazzisti.

Riguardo alle caratteristiche dei piatti, invece, c’è da dire che essi sono composti da varie combinazioni di metalli tra i quali prevalgono il rame, l’ottone e il bronzo. Il diametro di essi può essere molto variabile e si misura comunemente in pollici; le dimensioni vanno da un minimo di 6’’ (circa 15 cm, con riferimento ai cosiddetti  splash) a un massimo di 24” (quasi 60 cm, come ad esempio per alcuni  ride o  china).  All’aumentare del diametro, aumenta lo spessore del piatto e la gravità del suono. Lo spessore dello stesso, così come la sua concavità, incidono su numerose caratteristiche del suono come  intonazionetempo di decadimento, quantità di  armonici, e così via.

A differenza dei tamburi che appartengono alla famiglia dei membranofoni,  i piatti sono degli idiofoni (a suono indeterminato) in quanto, anziché emettere un suono per la vibrazione di una membrana tesa emettono un suono per la vibrazione del corpo stesso.

La loro origine risale al 2000 a.C. e una coppia preistorica di piatti è custodita nella mummia di un musicista religioso egiziano, al British Museum di Londra. Le forme di piatto utilizzate dai popoli nel corso della storia sono le più diverse. Gli Assiri utilizzavano sia piatti di forma concava sia piatti di forma piana, mentre i Greci costruivano piatti con la  campana (uno sbalzo nel metallo che enfatizza le armoniche generate).

Per secoli i piatti sono stati utilizzati in guerra, con i soldati che facevano suonare due piatti tra loro per tentare di incutere timore nel nemico durante la battaglia. Anche nei riti religiosi venivano suonati piccoli piatti e non ne manca menzione nella Bibbia.

La costruzione dei piatti era concentrata in Cina e nel territorio dell’attuale Turchia, dove sono stati scoperti, nel corso dei secoli, i metodi per rendere questo strumento più resistente e più musicale. Nelle origini del termine  cymbal (traduzione:  piatto) c’è un vocabolo latino,  cymbalum, che a sua volta deriva dalla parola greca  kumbalom.

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